Grecia: la situazione umanitaria che ho riscontrato nei campi per rifugiati e richiedenti asilo

Con i miei colleghi della Commissione FEMM del Parlamento europeo ci siamo recati in visita in Grecia, ad Atene, per monitorare la situazione delle donne nei campi per rifugiati e richiedenti asilo. Abbiamo visitato in particolare tre campi, quello di Elliniko, di Elaionas e di Skaramagas e, pur con alcune differenze sostanziali (nel primo campo, dove alloggiano circa 5000 rifugiati, questi sono stati alloggiati in tende precarie riutilizzando gli spazi delle strutture sportive olimpiche abbandonate, mentre negli altri due campi, i rifugiati alloggiano in container molto più confortevoli, ammesso che un container possa definirsi confortevole…) sono emersi alcuni problemi comuni.
Le donne, e gli altri componenti dei campi, vivono in una situazione di costante incertezza sul loro futuro e su quello dei propri figli.


Una volta arrivate, inizia per loro un calvario sulla cui durata non vi è alcuna informazione certa per via dei lunghissimi tempi di registrazione, la cui gestione è in mano all’UNHCR. I tempi di permanenza variano pertanto tra i 6 e i 12 mesi fino ad oggi, senza certezza di quanto accadrà in futuro. Il loro destino è il più delle volte legato al loro Paese d’origine. Abbiamo infatti riscontrato un elevato numero di persone provenienti da Afghanistan, Pakistan ed Iran, che hanno sicuramente possibilità minori di ottenere l’asilo, rispetto a coloro che provengono dalla Siria. Eppure, anche nei suddetti Paesi non esistono condizioni di vita sicura e il discrimine è costituito solo dalle scelte europee dei Paesi sicuri e non (scelte, a loro volta, dettate da meri interessi economici e di convenienza geopolitica internazionale).

Le donne che arrivano nei campi riscontrano notevoli problematiche per la loro sicurezza. Sono molto spesso vittime di violenze domestiche e di genere, per via della loro maggiore vulnerabilità e dell’assenza di controlli nei campi, soprattutto nelle ore notturne. Molto spesso risulta difficile intervenire per gli operatori e i volontari delle organizzazioni che agiscono nei campi, anche a causa di consolidati retaggi culturali che rendono ulteriormente vulnerabili e deboli le donne che, pur di avere al proprio fianco una figura maschile, sono spesso disposte ad accettare maltrattamenti e violenze. Gran parte dei componenti dei campi inoltre è costituita da bambini, molti dei quali sono “non accompagnati”.
Pur esistendo strutture per l’istruzione e la formazione, con diverse ONG che le gestiscono, i membri dei campi hanno lamentato una mancanza di prospettiva per i bambini, che non hanno alcuna indicazione per la propria vita e il proprio futuro. “Non abbiamo abbandonato il nostro paese per vivere nella sporcizia e nel l’incertezza, ma a causa della guerra e delle bombe, e vogliamo dare un futuro migliore ai nostri figli“. Questo l’appello più forte delle donne rifugiate con le quali ho parlato.

Altra problematica emersa è legata all’accesso ai servizi medici e di assistenza, con cure spesso non adeguate alle richieste dei malati; “hai male alla pancia? Bevi un bicchiere d’acqua…“. Le condizioni di vita variavano da campo a campo, e sicuramente quelle più precarie si sono riscontrate nel campo di Elliniko, con delle tende predisposte, come detto, all’interno dello stadio di baseball costruito in occasione delle Olimpiadi, ma ora totalmente abbandonato e in stato di degrado.
Tra l’altro, il primissimo impatto con gli enormi spazi olimpici abbandonati ha fatto reagire i miei colleghi che hanno affermato unanimemente: “ha fatto bene la sindaca di Roma a ritirare la città dalla candidatura per le olimpiadi. Affrontare questa sfida in una condizione economica già problematica, non può che portare a disastri come questo“. Ricordiamo infatti che tali strutture olimpiche, realizzate per l’evento e poi completamente abbandonate, hanno concorso a un buco di circa 9 miliardi di euro, costituendo così una delle cause del dissesto economico greco.

Le domande più frequenti che i rifugiati ci ponevano erano “fino a quando resteremo qui? Dove ci manderanno? Abbiamo possibilità di dare un futuro ai nostri figli?” Paradossale che lo chiedessero a noi, lì in visita per la prima volta, ma evidentemente le risposte a queste domande non sono mai arrivate da coloro che gestiscono il campo tutti i giorni. 
Alcuni hanno evidenziato problemi legati al ricongiungimento familiare.
Le organizzazioni locali e i gestori dei campi hanno invece evidenziato la necessità di avere un approccio intelligente al problema, affermando che i fondi europei sono importanti per gestire i servizi di accoglienza, ma bisogna consentire una reale rafforzamento del ruolo della donna nei confronti di uomini che la considerano un oggetto e non al loro pari.
Riguardo i fondi europei, è saltato all’occhio leggere, all’ingresso dei campi, le enormi cifre stanziate dall’UE e che sembrano non trovare giustificazione osservando squallidi container e bambini scalzi e semi vestiti giocare tra i recinti di filo spinato. Di fronte al campo di Elaionas si erge un cartellone che riporta la cifra di ben 23 milioni di euro circa di fondi europei utilizzati, cifra che sale addirittura a un importo di circa 50 milioni di euro per il campo di Skaramagas! È sufficiente visionare alcune foto delle strutture per rendersi conto della cattiva gestione di tutti questi finanziamenti.


Di fronte a una situazione di stallo attuale, per la chiusura dei confini e una mancata ricollocazione dei rifugiati, il governo greco, tramite il ministro Yanis Mouzalas che abbiamo incontrato in serata, ha affermato di fare il possibile per quanto di propria competenza per migliorare le condizioni delle donne, ma ha ribadito la necessità di un approccio di maggiore collaborazione a livello europeo.
Toccante poi l’incontro con i rappresentanti delle ONG, in particolare con il rappresentante greco di medici senza frontiere: i rifugiati vengono considerati solo dei numeri da parte dell’UE, che pensa solo ai fondi da stanziare e ai militari da impiegare. Non si affronta mai il tema dei dottori e non ci si rende conto dell’aspetto umano dei rifugiati e delle loro sofferenze fisiche e psicologiche. Durissimo è stato il dott. Apostolos Veizis di Medici senza frontiere, che ha parlato di vero e proprio fallimento di tutte le parti coinvolte e ha denunciato che “non esiste nessuna crisi migratoria, semmai vi è una gestione di migranti secondo una volontà politica. La situazione è ormai consolidata e ordinaria.
La ricollocazione non è una soluzione in quanto una volta risolti i problemi di 6.000 rifugiati ve ne saranno altrettanti di nuovi in arrivo. Si cerca di migliorare ogni giorno la situazione per il giorno successivo, ma ciò non è una soluzione permanente, soprattutto se si continua ad agire in assenza di un piano. 


Infine, alcuni numeri. Nel mese di settembre 2016 in Grecia il totale di rifugiati e migranti ammontava a 40.000 persone di cui 11.397 ad Atene. Presso Skaragamas sono ospitati ben oltre 3.400 rifugiati (capacità massima del sito) tra cui circa 1.200 con età sotto i 18 anni. Altrettanti 5.000 circa sono nel campo di Elliniko. I bambini costituiscono circa il 38% del totale di coloro che cercano protezione, con un crescente numero di bambini non accompagnati: 1.487 bambini non accompagnati sono attualmente in lista d’attesa per essere sistemati in centri di accoglienza.

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