LA SOFFERENZA DELLE DONNE NON DIVENTI UN BUSINESS

Stamane, in un articolo de La Repubblica a firma di Maria Novella De Luca, si parla di #femminicidi in Italia e di fondi messi a disposizione dalle istituzioni (anche europee, con il programma Daphne, per esempio). Tali fondi vengono definiti “fantasma”, e nell’articolo si denuncia il fatto che, a fronte di una legislazione, quella italiana, sicuramente in linea con quanto ci si aspetta da uno Stato che abbia ratificato la Convenzione di Istanbul, continuino a mancare drammaticamente “gli unici luoghi dove davvero le donne trovano riparo da mariti e compagni persecutori”, ossia le cosiddette case-rifugio (nell’articolo denominate genericamente “centri anti violenza”).

Ebbene, in tutta Italia ce ne sono circa 300. “SOLO” 300, aggiungerei, e sono costantemente a rischio chiusura per mancanza perenne di fondi. Si, perché spesso ci si riempie la bocca nei comuni e tra gli amministratori locali, denominando “centro anti violenza “un semplice sportello di ascolto, dove magari personale (foraggiato dai suddetti fondi) si limita ad attuare iniziative sul territorio per sensibilizzare sul tema, o nella migliore delle ipotesi, ad accogliere le segnalazioni, ad indirizzare e consigliare la vittima nella sua via crucis fatta di denunce alle forze dell’ordine o seguirla nelle varie procedure amministrative, ma non possono fare spesso nulla per dare una concreta alternativa ad una donna che vorrebbe allontanarsi da casa, perché spesso il suo carnefice è il partner!

Chi mi segue sa che ho sollevato questa problematica da diverso tempo, perché anche nel mio Comune, #Vasto, ma in realtà in tutto l’Abruzzo, mancano le case rifugio, mentre abbiamo un “centro anti violenza” gestito dal Comune. Con questo non voglio sminuire il lavoro di tali centri, ma sicuramente se le risorse da essi fagocitate fossero completamente, o quanto meno prioritariamente, destinate all’apertura e alla gestione delle case rifugio, visto che ce ne sono evidentemente troppo poche in tutta Italia, forse molte situazioni che poi sfociano in tragedie si potrebbero arginare, ed i numeri dei femminicidi che, rispetto agli omicidi, in Italia non diminuiscono con lo stesso andamento, potrebbero finalmente vedere una svolta.

Ben vengano quindi le associazioni NON A SCOPO DI LUCRO per aiutare le donne, e fortunatamente ce ne sono tante, che si basano sul volontariato di assistenti sociali, avvocati e psicologi e che riescono a destinare ogni risorsa economica per aiutare concretamente solo e soltanto le donne vittime di violenze.
Un enorme cartellino giallo, invece, per tutte quelle amministrazioni o pseudo-associazioni che mettono a bilancio i fondi destinati alle donne per creare baracconi-stipendifici che poco hanno a che fare con i reali bisogni delle donne, mentre molto hanno a che fare con il vecchio e tristemente noto clientelismo all’italiana.
Perché la sofferenza delle donne non può e non deve diventare un business!

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