I 7 punti

IL PROGRAMMA PER L’EUROPA – I 7 PUNTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Il Movimento 5 Stelle opera in Europa con delle linee guida concrete, cercando nel Parlamento Europeo la più ampia base per condividerlo, ma senza scendere a compromessi con coloro che continuano a volere la sottomissione del nostro Paese. Lottiamo, infatti, affinché l’Italia si riprenda la sua sovranità sotto ogni forma: economica, fiscale, monetaria, perché adesso non siamo più sovrani di noi stessi.Il programma del Movimento 5 Stelle si articola secondo 7 punti:

1. Abolizione del fiscal compact

Il Patto di bilancio europeo (Fiscal compact) è stato approvato il 12 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea ed entrato in vigore il 1º gennaio 2013. Il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro”, tra cui:

  • impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL;
  • obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità.

In quest’ultimo caso il parametro è oneroso soprattutto per quei paesi che come l’Italia che presentano una quota di debito molto superiore a quella percentuale. Per il nostro paese parliamo infatti di un debito di oltre duemila miliardi di Euro, equivalente a circa il 133% del PIL. Rientrare al di sotto del 60% nell’arco di vent’anni comporterebbe per l’Italia un ulteriore aggravio di circa 50 miliardi di Euro all’anno. Altro che manovre montiane. Il risultato è che mentre tutti I Paesi intorno a noi cresceranno, costruiranno scuole, università, ospedali, noi sprofonderemo nella miseria.

2. Adozione degli eurobond

Nel contesto della crisi dei debiti sovrani il termine Eurobond è stato utilizzato per indicare l’ipotetica creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell’eurozona (condivisione del debito).

All’emissione di Eurobond si oppone fermamente la Germania. Da quando la cancelliera Angela Merkel ha posto il veto, l’idea non è nemmeno stata presa in considerazione. I tedeschi non comprendono che accettare gli eurobond sarebbe molto meno rischioso e costoso che continuare a fare solo il minimo indispensabile per preservare l’euro. La Germania ha diritto di rifiutare gli eurobond, ma non di impedire che i Paesi altamente indebitati sfuggano alla loro disgrazia aggregandosi ed emettendo eurobond. Se la Germania si oppone, dovrebbe valutare l’idea di lasciare l’euro. Sorprendentemente, gli eurobond emessi da un’Eurozona senza la Germania reggerebbero ancora bene il confronto con le obbligazioni americane, inglesi e giapponesi.

3. Alleanza fra i paesi mediterranei per una politica comune

M5S propone praticamente un asse politico tra i Paesi meridionali dell’Unione Europea (Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Portogallo) allo scopo di “contrapporsi” alle realtà forti del nord del continente come la Germania.

Allearsi in una maxi-cordata rafforzerebbe le nostre giuste pretese nei confronti di Berlino e Bruxelles. Solo con una grande alleanza tra i Paesi in difficoltà dell’Eurozona riusciremmo infatti ad imporci sul fronte economico, magari riuscendo ad ottenere l’emissione di Eurobond e quindi una condivisione del debito. In quattro saremmo più forti che singolarmente. Ricordiamoci che ove decidessimo di uscire tutti insieme dalla moneta unica ne risentirebbe pesantemente soprattutto l’economia tedesca, che ora specula sulle nostre difficoltà. Lo ha confermato la stessa Angela Merkel in decine di occasioni.

4. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio

La famigerata “regola del 3%” è entrata a far parte del Trattato di Maastricht nel 1992; nel 1997 è rientrata nel Patto di Stabilità e più tardi è stata riprodotta nel Fiscal Compact che l’Italia ha ratificato.

Ormai gran parte dei media italiani e dei politici ci ha abituati a previsioni catastrofiche per l’Unione europea se il vincolo del 3 per cento non sarà rispettato. Ma la verità è che il parametro si può sforare. Se andiamo a vedere la legge, questa infatti dice tutt’altra cosa. La norma 243 del 2012, emanata in seguito agli impegni presi col Fiscal Compact, prevede che “scostamenti temporanei del saldo strutturale dall’obiettivo programmatico – cioè scostamento dai limiti europei – sono consentiti in caso di eventi eccezionali, quali ad esempio periodi di grave recessione economica o gravi crisi finanziarie”, il che è proprio ciò che stiamo vivendo noi in Italia.
Per questo noi del MoVimento 5 Stelle il 26 marzo 2014 abbiamo presentato una mozione – che l’esecutivo ha però bocciato – che invitava l’esecutivo a discostarsi temporaneamente dagli obiettivi fissati dal Patto di Stabilità stipulato nel 1997, in particolare per le questioni urgenti riguardanti la disoccupazione, la qualità e il costo delle abitazioni, i salari, la sicurezza dell’impiego, l’educazione, la coesione sociale, la qualità dell’ambiente, la salute e la sicurezza.

5. Finanziamenti per attività agricole e allevamento finalizzati ai consumi nazionali interni

In molti hanno accusato il M5S di voler aprire la strada a un regime autarchico in stile fascista. Nulla di più falso.

Semplicemente, si propone di destinare risorse comunitarie al finanziamento dei singoli Stati nel comparto agroalimentare affinché ogni singolo Paese possa iniziare ad avviare un processo di auto-valorizzazione delle produzioni nazionali. Il punto è: perchè devo importare l’olio spagnolo se ne produciamo noi in abbondanza?

6. Abolizione del pareggio di bilancio

Il Pareggio di bilancio è stato inserito nella nostra Carta Costituzionale dal governo Monti, articolo 81. Ciò rappresenta una pura follia, visto che in tal modo qualsiasi investimento in Italia viene contabilizzato come debito del paese.

Anche una parte del Pd ha chiesto l’abolizione del pareggio di bilancio. Diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman hanno fortemente criticato l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione.
Il pareggio di bilancio in Costituzione riduce infatti oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. Inserire l’articolo 81 è stato come mettere la Costituzione contro se stessa.
Per capirci meglio: perché l’Italia è ancora in crisi? Per non aver varato le riforme strutturali necessarie? No! Lo è soprattutto perché a partire dalo 2011 ha speso a deficit tre volte in meno di Irlanda, Uk e Spagna come forma di sostegno alla domanda e quindi alla ripresa economica. Ma quanto hanno speso a deficit questi Paesi, ad esempio, nel 2013? Il Regno Unito il 6,1%, l’Irlanda il 7,6% e la Spagna il 6,7%. L’Italia, invece, ha sforarato di pochissimo il 3% Il risultato? Il Regno Unito ha messo a segno una crescita dell’1,4%, l’Irlanda dello 0,6% mentre la Spagna ha perso complessivamente l’1,3% ma ha registrato un trend crescente negli ultimi mesi e ha fatto decisamente meglio dell’Italia (-1,8%). Ecco dunque un altro motivo per cui continuiamo a non vedere la ripresa.

7. Referendum per la permanenza nell’euro

In molti affermano che il referendum sull’euro (moneta introdotta dal trattato di Maastricht firmato nel 1992) è impossibile poiché l’articolo 75 della Costituzione “vieta di sottoporre a referendum abrogativo le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

E’ falso, per chiedere il parere del popolo si può infatti ricorrere ad un “referendum consultivo”. La storia italiana ha già visto un precedente: quello del 1989 quando si chiese al popolo italiano di esprimersi sul conferimento del mandato al Parlamento europeo per redigere un progetto di Costituzione europea. In quel caso il Parlamento italiano approvò una legge costituzionale per far sì che si potesse tenere tale referendum.
Dunque il referendum sull’euro è possibile, basta solo far approvare dal Parlamento una legge costituzionale (rispettando articolo 138 della Carta) che istituisca un “referendum consultivo” o di indirizzo riguardo alla permanenza della moneta unica in Italia o del nostro Paese nella zona euro. Se la nostra stessa storia repubblicana ha già conosciuto un tale processo non si vede perché ciò non possa ripetersi.